kisspng-stopwatch-clock-clip-art-stopwat

6 min

Andrea Lanfri

libero di correre dove voglio

INTERVISTA COMPLETA

podcast.png

se poi ti piaciono

i contenuti 

offri 'u caffé

o prendi il LIBRO 

Non ricordo nemmeno dove ha appreso dell'esistenza di Andrea e della sua storia; l'aneddoto in questione non importa: la cosa importante è che l'abbia conosciuto di persona.

Mi ospita in un piccolo, dolcissimo, accogliente da morire, appartamento, in perfetto stile toscano che affitta ai turisti di passaggio. Entro. Apro il book guest. Primo messaggio, lingua inglese, parole felici per la casa e i luoghi lì attorno, la data è quella di giugno duemilaquattordici, sette mesi prima di una cena, e del successivo risveglio con l'inizio improvviso della meningite, febbre a quarantatré e mezzo, il coma nel pomeriggio, il proseguo della malattia che gli porterà via due gambe e sette dita delle mani. Era la mattina del 21 gennaio 2015, giorno che coincide con il compleanno di mio fratello, anche lui di nome Andrea, giusto per dire delle coincidenze.

I suoi ricordi esistono fino all'arrivo dell'auto medica, poi il buio del coma. Da lì in avanti il nulla. Successivi vari risvegli come irreali (coma farmacologico), farmaci che gli rendono impossibile vedere, sentire, anche se sveglio, muto per la tracheotomia che gli offendeva la gola.

“La cosa peggiore di quei momenti non era tanto il dolore, certo quello c'era ed era tanto, un brutto ricordo, ma il fatto di non potere comunicare: ero chiuso in me stesso e non potevo comunicare in nessun modo. Questa situazione era terribile” dice Andrea cercando di esprimere tutta l'assurdità e lo strazio del non potersi manifestare, esserci in qualche modo, già isolato del mondo anche se ancora vivo; un'angosciosa anticamera della fine che ti nutre col suo amaro sapore in attesa di dissolverti.

Basta fermarsi e pensarci un po' sopra con un poco di empatia per capire il paradosso di essere vivo, saper parlare e scrivere ma non poter dire nulla. Triste, molto triste; l'essere rinchiuso in se stesso nell'immobilità di un letto, nella fermezza spietata di una malattia che è arrivata subito intensa, fermando il futuro.

Andrea fu uno dei primi casi di quei giorni che mise in allarme la Regione Toscana la quale si attivò nel tentativo di spegnere i focolai. Andrea uscirà solo sei mesi dopo dall'ospedale lasciando in pegno alla vita l'amputazione di due gambe e sette dita delle mani. Sembra tanto, e lo è, ma nulla al confronto della frase detta dai medici a sua madre dopo la prima visita una volta arrivato al pronto soccorso: “signora, guardi che suo figlio non arriverà a stasera”.

Inesprimibili gli scenari emotivi aperti da una tale violenta prospettiva. Inutile dire altro se non che Andrea è stato, nell'incubo della situazione, fortunato: ad altri casi nello stesso giorno non è andata altrettanto bene, e per loro il tempo si è fermato per sempre.

 

Ci ritroviamo poco dopo. Andrea mi porta a passeggio per il borgo del paese dove abita, San Andrea di Compito (sempre il nome “Andrea” che ritorna). Scopro, oltre al fascino naturale delle antiche case, che il paese è famoso per le sue secolari camelie, alcune con così tanti anni da essere diventate degli alberi, alti, come non ne avevo mai viste. Qui la loro coltivazione pare esistere da sempre, una tradizione, infatti ogni casa ne ospita almeno una; e il dipinto di un grandissimo loro fiore riempie l'intero campo da calcio-basket del parchetto cittadino.

Mentre camminiamo su sentieri che costeggiano i piccoli terrazzamenti al di là del torrente dove camelie di tutte le specie vengono allevate al limite del bosco che copre le colline parliamo, e tra una curiosità turistica e l'altra, cerco riconferme sul suo passato.

 

Il ripiano sottostante del tavolo di cristallo nel suo salotto è colmo di medaglie e pettorali di gara: sì perché dopo essere uscito dall'ospedale, in nemmeno di un anno, con un paio di protesi normali, per poi passare a quelle da corsa ottenute grazie a un crowdfounding (servono quindicimila euro per un paio di protesi da corsa!), Andrea (classe '86) si avventura nell'atletica leggera diventando in breve il primo atleta uomo italiano della storia con doppia amputazione alle gambe (T43) a scendere sotto il muro dei dodici secondi nei cento metri piani. È poi un susseguirsi di vittorie e record italiani (sono tutti suoi quelli sui metri piani), che ha come apice la medaglia d'argento ottenuta ai campionati del mondo di atletica di Londra 2017 nella staffetta 4x100 e record personale sui 100.

Pensate sia facile correre con delle protesi? Provate a chiederlo a chi le utilizza e vi si aprirà un'universo affascinante farcito di infiniti dettagli, micro aggiustamenti fisici e per ogni componente della catena meccanica artificiale, educazione corporale, esperienza, che vi incolleranno addosso un fascino tale, anche estetico (pensate solo alle protesi da velocità, quelle a “zampa di leopardo”) che a stento tratterrete lo spontaneo desiderio di porre l'assurda domanda: me le fai provare?

Anche se fosse possibile cadreste al primo passo, garantito. La loro gestione e governo è un lavoro serio che richiede una rieducazione motoria e mentale spalmata nel tempo che solo una macchina magnifica come il corpo può permettersi.

“Se fossi stato vaccinato l'avrei fatta molto più lieve”, una frase che rimane sospesa nel mio pensiero, anche ora.

Osservo Andrea muoversi giocando con Aria, il suo cane, uno splendido cucciolo, intelligentissimo (solitamente preferisco i gatti), già con la stazza da adulto, bianco e marroncino, afferrare e lanciare legni, con le nuvole basse sopra di noi e la pioggia ormai ferma a terra. Cammina con le protesi “civili”, mi viene naturale domandargli sempre se per lui va bene fare quel sentiero o quel tratto gradinato essendo io mosso dal timore di fargli fare un percorso non adatto; ma sono solo fisime mie, e mi devo sforzare di ricordare che lui di solito sullo sterrato di montagna ci corre, che è tornato ad arrampicare su roccia anche se con solo tre dita, che pratica alpinismo e ha guardato la terra da oltre settemila metri di altezza sollevando le protesi al cielo.

Ora Andrea è un atleta, lo era anche prima con l'atletica, ma adesso la sua vita ha preso una forma diversa rispetto a prima della malattia. Ha abbandonato la dozzina e più di ore lavorative da libero professionista per dedicare la mattina al lavoro come dipendente del centro culturale del borgo e al pomeriggio giù di allenamento, fondamentale per chi come lui si pone grandi obiettivi, come salire tutte le vette più alte di ogni continente, oppure il progetto “from zero to zero” ovvero partire dal mare in bici per poi salire, a seconda del terreno, a piedi o di corsa, su una vetta di tremila e più metri e ridiscendere al mare. Una scampagnata di qualche centinaio di chilometri tra bici e a piedi, il tutto ovviamente da farsi in giornata.

A pranzo, al tepore della stufa, conosco Natasha, la sua compagna, una donna dolce e vivace. Sono passati più di due anni da quando si sono incontrati in falesia, vivono assieme da non so quanto, lei è fisioterapista, e quindi la fisioterapista di casa, la mente che concepisce e prepara la tabella di allenamento di Andrea e tutti gli altri esercizi annessi; come quelli per aumentare l'equilibrio e la percezione dello spazio con le protesi, perché quando stai salendo su roccia o ghiaccio, nel freddo, dentro la quota, nebbia, vento, non ci possono essere dubbi sull'appoggio, su ciò che ti comunica il terreno. Vanno in montagna assieme, con grande frequenza, alpinismo ovviamente, su ghiaccio, misto. Nessun problema per Andrea nel maneggiare picozze, manovre di corda, chiodi da ghiaccio. Tre dita per lui bastano, il resto lo compensa una gran voglia di fare, una positività di quelle contagiose, che fa solo bene frequentare.

Parliamo un po' di tutto cercando di soddisfare come possiamo le richieste di Aria, il cane, al gioco continuo. “lasciaci stare Aria! Dobbiamo parlare dei giochi dove gli uomini trovano la felicità!” vorrei dirle.

Il ritorno alla montagna è stato anche questo, per Andrea, non solo un obiettivo per annullare le limitazioni imposte dalla sorte, ma anche un ritorno nella natura, dove lui è sempre stato, per continuare i grandi viaggi iniziati da bambino, a otto anni, vagando con altri amici per i boschi di casa in tenda. Chi ha provato a riempirsi di felicità dormendo sotto le stelle, sentirsi appagato dentro la natura, che chiede poco, solo di stare dentro il suo abbraccio che è presenza, ha sempre chiaro nella mente cosa significhi e la fortuna di poterlo fare, e continuare a farlo.

La prima volta che Andrea, da poco messe le prime protesi, provò a fare una camminata in montagna, un percorso facile, dovette fermarsi dopo aver coperto solo una piccola parte della distanza prefissata, e fare ritorno. La mattina dopo si svegliò bloccato. Una radiografia evidenziò che si era spezzato tutti i muscoli intercostali. “Bisogna solo aspettare, i muscoli si aggiusteranno da soli” disse il medico. Attesa. Quante prove, fallimenti, sofferenze hai lasciato dietro di te per arrivare a fare quello che oggi puoi.

Quel bambino di otto anni è cresciuto, e con lui la sua indole. “La malattia è diventata paradossalmente una possibilità” mi dice Andrea, un concetto che anche io, parlando con lui, avevo pensato ascoltandolo raccontare, ma ero timoroso nel proporgli questa chiave di lettura; ci ha pensato lui per primo a togliere l'impiccio. Ebbene è stato così: l'essere un sopravvissuto della meningite ha aperto per Andrea porte impensabili: si è trasformato in un atleta e sogna di muovesi nei grandi spazi, lungo le altezze della terra, da solo, in compagnia di amici, anche loro magari con un arto offeso, purché ci sia azione, che è l'unico antidoto all'immobilità della morte che lo ha così tanto avvicinato. E allora via, allontaniamoci finché possiamo da ciò che ci vorrebbe fermi, fosse la salute o le cattive idee, i limiti mentali, ambientali.

Un'occasione di chiudersi in sé per aprirsi a nuovi orizzonti. Sua madre credeva che Andrea vaneggiasse quando in ospedale le diceva di voler tornare ad arrampicare. Suo padre, nei suoi silenzi di uomo antico, ne sosteneva il sogno e la determinazione con lo sguardo che sostituisce le parole. Gli amici che lo andavano a trovare non lo hanno mai commiserato, il filo conduttore degli incontri era “dai quando esci da qui andiamo in montagna, c'è quella salita da fare... Certo! Andiamo a rifare quella via in Corsica” ovviamente con puro accento toscano. Un vigoroso sostegno, e forse la naturalezza del sentimento ha contato più dei propostiti verbali per nutrire la determinazione nascente di chi voleva rinascere a ventinove anni.

Saliamo sulla Smart direzione ospedale di Lucca per la revisione della patente speciale di Andrea. “Appena tornato a casa dall'ospedale, ricevo una lettera che mi dice che la mia patente era sospesa” sorride ripensando al poco tatto della comunicazione sul momento. Ma sono passati già più di cinque anni dal ritorno a casa e molte cose si sono trasformate. Guardo fuori del finestrino e piccoli paeselli macchiano qua e là il verde della pianura alle porte dell'appennino toscano. Il sole gioca a nascondino con le nuvole, e siamo all'ospedale.

“Spero di fare presto”. Tranquillo tanto io sono qui. Passeggio avanti indietro fuori dall'ambulatorio. Molta umanità mi passa davanti e con loro tanti pensieri. Penso a me, a come avrei reagito io nella situazione di Andrea, o degli altri che vedo. Sensazioni e pensieri si mischiano e mi pare di non ricavarne nulla.

Fine della visita, meno del previsto. Efficienza pubblica. Risaliamo in auto, guida lui, rientriamo. Carichiamo le protesi da corsa in macchina: ci stanno proprio bene nel bagagliaio con la loro forma fluida e aggressiva. Poca strada e parcheggiamo. Cambia gambe seduto sul predellino e via: inizia l'allenamento. “Ci rivediamo tra un'oretta e mezza” mi dice programmando l'orologio e continuando a camminare sul posto perché non è possibile stare fermo con le gambe da corsa. “Ciao a dopo” e sgambetta via portandosi dietro una cadenza secca e ritmica lungo il primo tratto di asfalto, smorzandosi poi al divenire piccolo nella lontananza.

Passeggio lungo l'acquedotto Lucca Pisa, stupendo nonostante l'inverno e le nuvole. Ripenso a quando ho chiesto ad Andrea se quello che lui fa come persona, atleta, è secondo lui un “atto politico”. Mi ha guardato vivamente sorpreso, al limite dello stupore perché credo non abbia mai pensato a ciò che fa in questi termini “allargati”. Per trovare un punto d'intesa ho detto “... ma sì dai! pensi che quello che fai, il fatto di andare ad incontrare le scolaresche per raccontare la tua storia, essere un atleta para olimpico, andare in montagna ad alti livelli, pensi possa essere utile agli altri?”.

“Sì” mi ha risposto; e non ha aggiunto altro. E non c'è altro da aggiungere.

Dentro questa risposta affermativa c'è tutta l'umiltà di chi compie quello che fa con la spontaneità sommessa di chi non ha alternative, e diventa autentico, affascinante.

Non sono uno che mitizza nessuno, ma nutro un grande rispetto per Andrea, per chi come lui ha affrontato gli sgambetti del destino dicendo un semplice quanto esaustivo “...è successo. É passato. Ma la vita va avanti”. Già, è proprio cosi, la vita va avanti; semplice quanto banale, ma è così. E allora il mio rispetto è motivato, perché io osservo Andrea ma lui è un rappresentante di tutti, delle persone che non conosco e che hanno il corpo offeso, dei corridori che nelle sue gare arrivavano ultimi ma che avevano vinto comunque, anche solo la voglia di non vergognarsi. Non so se io avrei reagito come loro, se sarei stato capace di avere le loro stesse progettualità, forse sì, chi lo sa, ma è proprio questo che conta: conoscere le storie degli altri per trovare degli esempi che ci aiutino. A volte basta anche un solo “ehi! se lo fa lui lo posso fare anche io!” per uscire della mancanza di slancio, prospettive, limitatezza, quando la vita appare troppo grande e dura per essere affrontata.

“Ma sei pazzo!” disse il protesista di Andrea quando apprese che andava a correre sullo sterrato con le protesi da velocità. Ecco un semplice esempio di allargamento di prospettiva. Ora Andrea corre su tutti i terreni, anche su neve.

Mi domando cosa penserebbe o come lo definirebbe un greco antico se vedesse, come sto facendo io ora, l'uomo laggiù che correre veloce con quelle gambe non sue, nel pieno della giovinezza, dentro la concentrazione dell'atleta, pizzicando una noce di terra per balzare un passo più in là, leggero, libero di correre senza limiti, allontanandosi da un passato duro.

Forse per lui sarebbe un mino-leopardáli (non conosco il greco) o qualcosa di simile, un essere metà uomo metà leopardo, o metà uomo metà artificiale, ma che importa la precisione di una definizione. Andrea è una delle tante declinazioni della felicità. É uno naturalmente scorretto, che nella forza della sua giovinezza, dove la meningite è più sensibile e aggressiva, è riuscito a mostrare il terzo dito alla morte e a saltare dall'altra parte del muro per ritrovare il tempo, gli affetti, due protesi, la rinascita. E allora conta solo che il cuore pulsi, essere vivi, avere tempo, volere andare lontano. Essere uomini.

 

di Davide Riva

se poi ti piaciono

i contenuti 

offri 'u caffé

Schermata 2021-04-06 alle 19.03.46.png
Schermata 2021-04-06 alle 19.04.03.png
Schermata 2021-04-06 alle 19.03.26.png
Schermata 2021-04-06 alle 19.04.38.png

o prendi il LIBRO