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Lontano, assieme

racconto libero

I frequentatori abituali delle montagne bergamasche conoscevano bene quella coppia: Silvano e Patroclo il suo inseparabile cane bastardo. Non solo gli escursionisti e gli sci alpinisti, ma anche i rocciatori avevano fatto la conoscenza di quei due inseparabili esseri che vagavano e vivevano l'universo delle vette in ogni stagione.

Nella solitudine di loro due, la dimensione che ricercavano ed alla quale erano più affini, salivano verso le loro vette, conosciute o nuove che fossero non aveva importanza; l'importante era andare, a piedi, lungo la natura e il mondo, con discrezione e stile, autentici e per questo affascinanti.

Per loro il fine settimana era sempre un andare per sentieri, camminando anche per giorni, lontano da tutti; Silvano con il grande zaino in spalla e Patroclo con la bisaccia sul dorso precedeva il suo padrone che ad ogni passo godeva della natura e pensava alla vita.

Soprattutto in estate Silvano si cimentava con le più alte vette rocciose, scalandole da solo, assicurandosi alla parete con la grande fiducia che riponeva nella sua esperienza. Saliva Silvano creandosi la via lungo la parete che metteva a sua disposizione tutto ciò che mani e piedi necessitavano per innalzarsi, sempre più in alto fino ad incontrare un comodo terrazzino sospeso nel vuoto da dove, con la corda, ridiscendeva per raggiungere Patroclo.

E qui, dopo essersi pulito il volto dalle leccate affettuose del segugio, Silvano si caricava l'amico quadrupede sulle spalle e risaliva nuovamente lungo la corda che pendeva dall'alto mossa dalla forza invisibile del vento. Così per decine di volte durante il giorno, accumulando dozzine e dozzine di scalate su svariate montagne, vivendo l'autentica, totalizzante emozione dell'uomo solo immerso nella natura più selvaggia ed incontaminata; percorrendo strade verticali solcate da pochissimi uomini e da nessun cane, per colmarsi a pieno della bellezza della vita e creare i propri ricordi che avrebbero poi contemplato nella vecchiaia.

Anche quel giorno Silvano e Patroclo stavano salendo, erano già oltre metà parete, ascendevano rapidi accarezzando un granito stupendo e, voltandosi, ammiravano un ambiente sublime e infinito. Danzava Silvano atletico e leggero lungo la roccia quando un sibilo richiamò la sua attenzione verso l'alto. Il pensiero non ebbe tempo di germogliare che una scarica di pietre gli piombò addosso colpendolo brutalmente gettandolo nel vuoto. Silvano precipitò rapido per alcuni metri prima che la corda iniziasse a lavorare arrestando la sua caduta.

L'abbaiare angoscioso di Patroclo non poteva raggiungerlo perché sovrastato dal rumore delle pietre che ancora cadevano lungo la parete. Silvano rimase sospeso nel vuoto, svenuto, con un rigolo di sangue che scendeva dal casco, la rotula destra perfettamente spezzata in due, tutto il materiale alpinistico perso nel vuoto. Solo la corda tesa lo univa ancora a questo mondo.

Si riebbe e la prima cosa che sentì fu un dolore lancinante, insopportabile, per tutto il corpo che si intensificava nel ginocchio e nella spalla destra, anch'essa rotta.

Era spacciato. Il telefono non aveva campo in quell'immensità; la zona nella quale si trovavano era tra le più isolate ed impervie.

Avvolto in un dolore sconvolgente si mosse riuscendo a calarsi lungo la corda verso il terrazzino roccioso dove Patroclo guaiva con strazio. Silvano si fece festeggiare stringendo i denti in un sorriso forzato di dolore. Presto il sonno figlio del male lo avvolse pesante.

Si risvegliò che albeggiava, sempre incapace di muoversi. I due passarono la giornata successiva coccolandosi e razionando il cibo, cercando di ripararsi dal sole per evitare l'arsura che nel pomeriggio si faceva insopportabile. Così trascorsero l'intera giornata e la successiva.

Si consumò la mente Silvano pensando a come sarebbero potuti uscire da quella tragica situazione, ma non c'era possibilità di fuga e nemmeno sarebbe stato possibile nelle sue condizioni. Vedeva la sofferenza della fame e della sete incisa nel muso del suo fedele amico.

All'alba del terzo giorno di attesa prese l'unica decisione possibile: si slegò dalla corda e liberò Patroclo, lo abbracciò, si guardarono ed entrambi capirono. Non avevano rimpianti per la vita che stavano abbandonando. Certo, avrebbero voluto continuare a vivere, ma il destino ineluttabile si opponeva infame al loro desiderio. Rispecchiandosi ciascuno negli occhi dell'altro videro solo gioia e felicità per la loro unione che era stata un meraviglioso dono della vita, e ringraziarono per questo la stessa sorte che ora li voleva divisi.

Stringendo forte, per l'ultima volta, il petto di Patroclo, Silvano ne sentì tutto l'affetto che riempiva quel costato scavato dalla fame. Fece un'ultima carezza scuotendogli il muso peloso con il braccio sano, lo baciò, e, senza ripensamenti, cominciò a strisciare verso la fine del terrazzino. Dando la schiena al vuoto fissò deciso negli occhi Patroclo che continuava a leccarlo più affettuoso che mai, perfettamente cosciente di cosa il suo padrone stesse facendo. Il volto di Silvano si riempì di lacrime ed iniziò a singhiozzare tremante.

Poi, un ultimo sorriso, e fissando la luce dell'istinto animale viva negli occhi di Patroclo si lasciò cadere all'indietro continuando a fissarlo in volto, mentre i peli drizzati dal vento puntavano verso la vetta che mai avrebbero raggiunto, finché non colpirono la roccia, separandosi nel vento, continuando a cadere leggeri fino all'unione con la morte, ancora una volta, uniti.

di Davide Riva

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