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Incarcerata dagli Affetti

una donna prigioniera della sua famiglia

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Capita così, a volte, più spesso di quanto penseremmo: uno sguardo di accoglienza e due persone iniziano a parlare. Azione semplice vero? Scontata, addirittura banale. Preciso: si intende parlare con qualcuno che non conosci, che per circostanze varie hai incontrato, non importa come, la cosa fondamentale è trasmettersi storie. Dialogare, chiedere di lui, lei, non ricercare argomentazioni inutili solo per rompere il silenzio; meglio rimanere nei propri pensieri piuttosto che gettare nulla nel nulla. In un teatro, per un lavoro di due giorni, ci siamo incontrati. Eravamo molte persone, molte donne. Una pausa pranzo, attacchiamo bottone non ricordo più come o per cosa, ma qualsiasi cosa è stato tu hai afferrato quel ponte che io forse nemmeno ho voluto gettarti, tu hai avviato la tua storia soffiando parole, storia che a me è parsa subito incredibile nel suo svolgersi dentro la tua famiglia, dentro una famiglia, racchiusa tra le protettive mura di casa. Sei nata in una famiglia di testimoni di Geova. Il credo famigliare ha alimentato la tua condanna. Sei cresciuta plasmata dentro le influenze degli “affetti” che ruotano attorno ad ogni nucleo di consanguinei. Sei bella, sarai stata anche una bella bimba, intelligente, lo si vede, e dolce. Poi l'adolescenza, sei cresciuta. Hai sempre desiderato fare il medico, ma non avevi ancora conosciuto le i confini fluidi della segregazione famigliare, non fisica, di concetto. Anche tua madre, ormai perfettamente e in toto conforme al pensare paterno, non ti ha aiutato quando le hai raccontato il futuro che volevi. “Non è un lavoro da donna” ti aveva risposto tuo padre. In frammento di secondi sei cresciuta aprendo la porta per accogliere l'incubo. La gola strangolata dall'angoscia, quando ogni cosa diviene chiara in un attimo, il castello della realtà precedente si polverizza, e nel tuo caso ha svelato l'emarginazione mentale, senza violenza fisica, ma di concetto. Sei nata donna ma la tua famiglia non ti ha donato la libertà. Stiamo parlando degli anni duemila, in Italia. La tua vita è storia di storie nascoste, di limiti scoperti e voglie di seconde possibilità. Hai compiuto diciotto anni, mi dici, e tuo padre ha deciso che era il momento di farti incontrare un ragazzo; già perché, ricordiamolo: prima non hai potuto uscire la sera, seguire le abitudini dei tuoi coetanei, le dinamiche fanciullesche legate alla giovane età. Il tuo futuro ragazzo ti è stato presentato come protocollo oscurantista vuole e si esprime: la domenica a pranzo. Vi siete conosciuti nell'imbarazzo di una realtà innaturale. Ma eravate nella stessa barca, e le cose vanno così, si fraternalizza nei limiti, sì è obbligati ad essere simili, e poi non si può mai sapere chi si ha di fronte. Non so sei hai scoperto l'amore con quel ragazzo, se hai mai incontrato questo sentimento nella tua vita, non te l'ho chiesto, non ci ho pensato. Scusa se non l'ho fatto, forse ti avrebbe fatto bene, forse lo avresti voluto. Non c'era amore, più probabilmente c'era l'unica forma che potevi dare all'amore dentro i limiti stabiliti da chi portava i pantaloni. Tutta la vita richiama all'esperienza, l'adolescenza all'amore fisico, alla scoperta del sesso, e non c'è coercizione che possa impedirla. È arrivata la carnalità. Vi frequentavate come chi non ha altra soluzione di compagnia. Certamente parlavate tra voi, del tuo desiderio, una volta finito il liceo, di fare medicina. Anche a lui ti sei confessata. Chissà, forse ti avrà detto "che bello", e ti avrà accolto, abbracciato, perché per lui saresti stata il suo futuro, ti avrà sorriso; ma cosa significava quel riso? Ti conoscevi come donna, sapevi del tuo corpo. Vivevi già confinata e non volevi assolutamente crearti altri limiti, così giovane. Altre e nuove costrizioni, con la tua delicata timidezza, le respingevi. Entri a medicina. "Allora non erano solo parole" avrà forse pensato tuo padre. Per te non rappresenta solo ciò che volevi fare ma anche la zattera per l'indipendenza. E non esiste indipendenza che non passi dall'economia. Chissà quanta gioia hai provato sentendoti libera di diventare quello che volevi con le tue forze. Dai i primi esami. È proprio vero: stai costruendo il tuo futuro. L'università, la possibilità di conoscere altre persone, intercettare sintonie, amicizie. Ma rimani in cinta. E non sai spiegarti come. Ti disperi. Hai sempre usato il preservativo. Non ci sono mai stati incidenti; eppure è successo. Ed è vero. L'educazione ti fa pensare che fosse destino, che quel ragazzo è l'uomo della tua vita, che così dovevano andare le cose. Una donna non può studiare, per tuo padre, e ora sei anche incinta. Non puoi studiare: devi interrompere gli studi per pensare al bambino. Non abbiamo parlato di questo. Non c'è stato tempo. Mi sentivo come un ospite nella tua intimità e il mio tempo era scaduto. Tu però mi trattenevi, e per me è stato naturale non accorgermene. Ci guardavamo, credo che le mie espressioni di stupore, a tratti di velato disgusto forse, ma comunque autentiche, ti abbiano liberato a parlare, e non per particolari meriti miei credo, ma è successo così, e questo ha importanza. D'accordo, forse ti sei fatta convincere, del resto come è facile farlo in una situazione così, così giovane, chiusa in una bolla che ti ha insegnato sono impedimenti impartiti dalla mano di chi ti dovrebbe volere bene. Sospendi l'università, e scopri la verità dalle parole del padre del figlio che hai in te: di concerto con tuo padre lui ha bucato il preservativo. Ti tenevano d'occhio, studiando la cadenza del mestruo. Al resto ci ha pensato la natura e la forza della vita; gioco facile. Avrai creduto che al tradimento, al dolore non c'è fine. Non oso immaginare quali, quanti pensieri di odio, frustrazione, patimento, angoscia, senso della fine ti sono passati per la testa, ora come non mai. Infiniti elementi di tristezza, disagio, abbandono si saranno affastellati nella mente e cuore trasformandosi in spietata umiliazione di te stessa, così pervasiva da farti sentire tu colpevole di tutto. Il dolore che si abbatte su di te da parte di tuo padre, e tua madre che lo spalleggia. Sei sola. Lo sei sempre stata. Ora di più, e lo spazio si dilata costruendo attorno a te isolamento. Sei in un deserto e il primo essere umano che in esso si addentra. Nessun riferimento di uscita. Ovunque ti giri non ci sono strade. Sei sola anche dentro te, annullata, e non hai nessun luogo dove ricercare avanzi di vitalità, anche solo una vaga speranza. Nemmeno sedotta. Sicuramente abbandonata da chi da sempre conosci. Era poco il tempo che avevamo. A me sembrava l'errore massimo provare anche solo a pensare a una domanda. Nessuna domanda ti ho fatto. Vorrei fartene infinite ora. La vita cresce comunque, al di là di tutto, ed è sempre innocente. Mi piace pensare che il cucciolo che il tuo corpo ha nutrito di ha porti la forza del futuro, della necessità che tutti noi abbiamo del futuro. Così è stato. Hai svoltato, rotto le catene, senza voltarti indietro. Anche tua madre ha aperto gli occhi, e forse anche aiutato in qualche modo e a modo suoi. I tuoi compagni degli studi che hai ripreso hanno contribuito al sostegno del quale avevi sete. Uno di loro ti ha presentato un ragazzo. Ti sei innamorata. Ora vivete assieme e tu stai finendo gli studi. Vuoi diventare medico di base perché per te è un ruolo fondamentale. E in una sola ora di lavoro aiuterai gli altri come mai i tuoi con te hanno fatto. Chissà se mai ci rivedremo. Comunque sarà: grazie.

Davide Riva

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